In morte di un Grande e caro Amico, Antonio Paolucci

 
 
Mio carissimo Antonio, ho saputo con ritardo della Tua dipartita. Avevo avuto notizia della Tua stanchezza nel corpo, ma so bene che per lo spirito sarebbe stato impossibile rimanerne vittima. Ricordo di un giorno a Ravenna in cui mi invitasTi ad una Tua conferenza su Dante. Scendesti dall’auto prendemmo qualcosa in un bar per riprenderti dalla fatica del viaggio -giungevi da Roma- poi si andò. Salisti sul palco e improvvisamente…ecco, sparita ogni stanchezza, apparire quel Grande che sei. Ci raccontasTi di Dante passando per Francesco, il Santo di Assisi, e per Giotto e per la scuola riminese post giottesca: che meraviglia di lectio magistralis. 
Ancora la ricordo nei suoi passaggi per concludere con il Cantico alla Vergine: “Vergine Madre, figlia del tuo figlio …” 

Ti scrissi poi, ammirato, una lettera in cui Ti immaginavo bambino a guardarTi, ora adulto maturo negli anni, a pensare al sogno della vita realizzato oltre ogni misura: prima ricercatore e scopritore di tesori, poi professore, poi direttore degli Uffizi e dei musei fiorentini, passando per altre tappe prestigiose, poi ministro ed infine direttore del più importante museo del mondo, i Musei Vaticani. Ti dissi anche di scrivere questo per essere di sprone ai tanti giovani laureati affinché dalla Tua storia traessero l’invito a sognare in grande, perché il Signore è questo che vuole da noi: rigetta i tiepidi di cuore, i timorosi,  volendo per lui i generosi di cuore, i coraggiosi che sanno sognare senza paura della sconfitta. Ricordo di Te anche una sera al nostro circolo degli artisti, una delle tante, in compagnia dei cari amici Alessandro Bettagno, Andrea Emiliani, Pietro Bellasi, mi pare pure Bona Castellotti, per una cena stravagante in cui piccoli cinghiali e troie more romagnole giravano bene accolti fra i tavoli del locale, per l’occasione, tutto ricoperto da cielo a terra di rami di querce e con opere d’Arte che sorgevano da corone di agrifogli che ritraevano maiali antropomorfi somiglianti ai soci che più frequentavano il circolo ed ovviamente c’ero pure io che presiedevo. 

Mio caro Antonio, ironico e sapiente, animato da quella leggerezza che Calvino ben descrive, che non è superficialità ma è calare sulle cose dall’alto. E Tu hai sempre “volato alto” o come mi diceva sempre l’amico e mentore Bettagno spronandomi al proposito, “hai navigato nel mare alto”.
Ciao Antonio, ora reciterai  il Cantico alla Vergine a Lei di persona insieme a quel Dante che quella sera a Ravenna raccontasTi entusiasta. A rivederci! 

Il Tuo amico di Faenza Lamberto